FEATURED / Le parole giuste / 18 aprile 2016

La poesia del lunedì: Sylvia Plath

Quanta poesia in questo lunedì mattina eh?

Dopo Alda Merini, Wislawa Szymborska e Montale, oggi, per allietarvi la giornata, ho scelto un’ altra poetessa per me irrinunciabile.

Certo non allegrissima ma che vi devo dire?

La poesia credo serva proprio a spurgare la testa, fare ordine, o sentire quello che pensiamo di non poter sentire. Credo riguardi quel processo naturale di empatizzazione che la poesia permette.

Oggi vi presento una poetessa dagli occhi belli e un sorriso denso.

Sylvia Plath

Forse banalmente per alcuni, oggi leggeremo qualcosa di Sylvia Plath.

Sylvia è una poetessa dalla storia personale tormentata. A 31 anni dopo una lunga e oramai insostenibile lotta contro la depressione sigilla con lo scotch la stanza dei due figli, prepara loro pane e marmellata, scrive la sua ultima poesia e infila la testa nel forno di casa. Fino alla fine la Plath si sentì in bilico tra la volontà di realizzarsi come scrittrice e la necessità di incarnare il modello di moglie e madre imposto dai rigidi schemi degli anni Sessanta: lo stesso mondo asfittico perfettamente descritto da Richard Yates nel bellissimo Revolutionary Road. Quella che oggi forse sarebbe stata considerata una difficile depressione, ai tempi venne curata con elettro shock e internamento. Mi chiedo se per lei le cose sarebbero andate diversamente se non fosse vissuta in un’epoca dove prendere psicofarmaci è cosa di molti.

Morire è un’arte, come qualsiasi altra cosa.
Io lo faccio in un modo eccezionale
io lo faccio che sembra un inferno
io lo faccio che sembra reale.
Ammetterete che ho vocazione

Verso contenuto in Ariel, raccolta postuma dell’autrice.

La sua è una poesia confessionale, intimista, piena di nostalgico languore.  I suoi versi sono febbricitanti, scavano nella vita come le dita di un amante pericoloso, ti si infilano nelle orecchie anche se non li vuoi ascoltare, scavano un buchino nel cuore e li restano.  Parole  di una vita passata sul limitare del baratro, fino a caderci irrimediabilmente dentro.

Oggi per voi ho scelto:

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo piu’ perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me piu’ naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

Pubblicata nell’estate del 1961 nel “Critial Quarterly” e inclusa in Crossing the Water. Nel testo originale si può apprezzare la struttura: due strofe di 10 versi con rime baciate.

I Am Vertical

But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.
Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one’s longevity and the other’s daring.

Tonight, in the infinitesimallight of the stars,
The trees and the flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them–
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.

Non mi vengono immagini adatte a rappresentare in modo specifico la poetica di Sylvia, piuttosto mi viene in mente una fotografa, anche lei figura tormentata ma di alto spicco intellettuale per la nostra epoca: Francesca Woodman. Non è solo il suicidio ad accomunarle, piuttosto una doloroso sensibilità e capacità di vedere oltre le superfici.

C-Francesca_Woodman

francesca-woodman

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Tags:  Fotografia Francesca Woodman Irene Pollini Giolai La poesia del Lunedì Sylvia Plath




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Irene
Cercare una frase che mi renda interessante mi annoia. Spero di non annoiarvi leggendomi.




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