FEATURED / Le parole giuste / 30 gennaio 2017

La poesia del Lunedì: Sibilla Aleramo

Sibilla Aleramo, Marta Felicina (detta Rina) Faccio.

sibilla

Una donna speciale, una donna tanto bella quanto tormentata ed infelice.

Sin dall’adolescenza, la vita di Sibilla non è né felice né facile: nel 1889 la madre, sofferente da tempo di depressione, tenta il suicidio buttandosi dal balcone di casa. Un duro colpo per Rina, una situazione e un sentimento che Rina racconta spesso nei soi componimenti. Ma le sventure non finiscono per questa bambina, un paio d’anni dopo nel 1891, quando Sibilla ha solo quindici anni, viene violentata da un impiegato della fabbrica in cui lavora, tale Ulderico Pierangeli e rimane incinta. Perde il bimbo ma la famiglia la costringe comunque a un matrimonio «riparatore».
Prigioniera di un marito che odia, costretta in una cittadina dalla mentalità gretta e provinciale e in una convivenza non voluta, Sibilla cerca di trovare un equilibrio e un po’ di luce nell’orrore grazie a Walter, il suo primo figlio, nato nel 1895.

Ma le cose non vanno come spera e la caduta di questa illusione la porta a un tentativo di suicidio, dal quale però si solleva grazie alle proprie aspirazioni umanitarie. Vuole aiutare le donne, donne come lei, come sua madre ed è così che comincia a scrivere. Pur avendo ricevuto solo un’istruzione elementare, comincia a collaborare con riviste femministe, e per tutta la vita, scrive recensioni di libri, critiche letterarie, studi sociologici e commenti sulla vita quotidiana.

Nel 1899 le viene offerto di dirigere una rivista femminile a Milano, dove si trasferisce per un breve periodo con la famiglia di Pierangeli. Milano le offre una finestra sul mondo, così quando il marito la costringe a tornare al paese, nel 1901, Rina prende la difficile decisione di abbandonare lui e il piccolo Walter, che non rivedrà mai più. Inizia così quella che lei stessa ama definire la sua “seconda vita” ma ancora una volta i risultati non sono immediatamente quelli che Rina spera e distrutta dalla separazione dal figlio decide di trasferirsi a Roma, nel 1902. Qui conosce Giovanni Cena, direttore della rivista “La Nuova Antologia”, con il quale instaura una relazione non solo amorosa, piuttosto culturale e spirituale durata sette anni. E’ proprio in questo periodo che Rina Faccio, guidata da Cena e dagli altri intellettuali suoi amici, pubblica il suo primo libro “Una donna”. 

Diventa così Sibilla Aleramo: un nuovo nome per una nuova vita. L’opera si inserisce a pieno titolo nella storia del femminismo: è l’aperta e sentita denuncia della grettezza dell’ambiente sociale in cui Sibilla è vissuta, di un mondo piccolo, diviso da campanilismo, ipocrisia, ignoranza; la sua prosa, il suo modo di scrivere è originale e nuovo per quegli anni e la scrittrice si guadagna larghissimi consensi in Italia e all’estero. Ma il suo animo tormentato non le permette tregua e anche la storia con Cena finisce e Sibilla inizia una vita errabonda che la porta in giro per il mondo alla ricerca dell’amore perfetto, come lei stessa spesso dichiara nelle sue lettere.

E proprio in uno dei suoi viaggi, nel 1916, conosce Dino Campana e inizia con lui una passione vorticosa e tempestosa, che dura fino al 1918. Splendida e commovente testimonianza ne sono le sue “Lettere” pubblicate per la prima volta solo nel 1958. 

Nel 1928, ridotta sul lastrico, torna a Roma dove, nel 1936, conosce Franco Matacotta, studente di quarant’anni più giovane di lei con cui rimane legata per oltre dieci anni. Politicamente per tutta la sua vita si impegna attivamente contro il Fascismo e nel 1949, alla fine della seconda guerra mondiale, si iscrive al P.C.I., continuando così il suo impegno nel sociale. 

Ha collaborato all’Unità e alla rivista Noi donne. Muore a Roma nel 1960 dopo una lunga malattia ma senza aver mai smesso un giorno di scrivere.

Sibilla Aleramo è famosa soprattutto per il suo primo romanzo “Una donna” ma quello che preferisco, personalmente, sono le sue poesie, ne ho scelte tre per questo lunedì.


Son tanto brava

Son tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad aver orgoglio
quasi fossi un uomo.
Ma, al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano:
<Sera, sera dolce e mia!>
Sembrami d’aver fra le dita la
stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo,
sguardo sperduto, e vene.


Rose calpestava

Rose calpestava nel suo delirio
e il corpo bianco che amava.
Ad ogni lividura più mi prostravo,
oh singhiozzo invano di creatura.
Rose calpestava,
s’abbatteva il pugno
e folle lo sputo
sulla fronte che adorava.
Feroce il suo male
più di tutto il mio martirio.
Ma, or che son fuggita,
ch’io muoia,
muoia del suo male.


Poesia D’amore

Le grandi notti d’estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.
Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare
dal vento che pare l’anima.
E baci perdutamente
sino a che l’arida bocca
come la notte è dischiusa
portata via dal suo soffio.
Tu vivi allora, tu vivi
il sogno ch’esisti è vero.
Da quanto t’ho cercata.
Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.
E il bacio che cerco è l’anima.


Tags:  Irene Pollini Giolai La poesia del Lunedì Poesia D'amore rose calpestava Sibilla Aleramo Son tanto brava




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Irene
Cercare una frase che mi renda interessante mi annoia. Spero di non annoiarvi leggendomi.




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