FEATURED / Le parole giuste / 3 ottobre 2016

La poesia del Lunedì: Patrizia Cavalli

E cosa credi che io non t’abbia visto

morire dietro un angolo

con il bicchiere che ti cadeva dalle mani

il collo rosso e gonfio

vergognandoti un poco

per essere stata sorpresa

ancora una volta

dopo tanto tempo

nella stessa posizione nella stessa condizione

pallida tremante piena di scuse?


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Patrizia Cavalli nasce a Todi (Perugia) nel 1947 e vive a Roma. Si è distinta fin dagli anni Settanta per una poesia profondamente legata all’ esperienza personale, sin dal primo volume di versi “Le mie poesie non cambieranno il mondo” (1974), dedicato a Elsa Morante.


Nel cesto della biancheria sporca

riconosco l’estate,

i pantaloni leggeri le magliette.


Leggera, ironica -a tratti- ma anche profonda e riflessiva, formalmente arguta. La poesia di Patrizia Cavalli parla del quotidiano, di sentimento, di normale umanità rivelando spesso un’intensa drammaticità. La sua tecnica poetica è particolare poggiandosi su metriche classiche ma utilizzando un linguaggio contemporaneo, completamente assenti poeticismi e manierismi. La scelta del lessico rispecchia un’idea di cultura che rifiuta le distinzioni e le gerarchie di livello alto e basso, umile e sublime, elevato e quotidiano. Tutto è accolto nella lingua con pari dignità.


Anche quando sembra che la giornata

sia passata come un’ala di rondine,

come una manciata di polvere

gettata e che non è possibile

raccogliere e la descrizione

il racconto non trovano necessità

né ascolto, c’è sempre una parola

una paroletta da dire

magari per dire

che non c’è niente da dire.


Riferendosi quasi sempre alla propria esperienza personale e al proprio vissuto, Patrizia Cavalli viene spesso definita una poetessa “narcisistica”; il suo esibire la propria autobiografia, poco importa se parzialmente immaginaria, da vita ad una sorta di poetico diario delle sue passioni, capricci, pensieri. La poesia è una poesia d’investigazione dell’umano tramite il filtro della propria personale esperienza e percezione.


Di essere ormai adulta l’ho capito

da come la notte vado al gabinetto.

Sicura di tornare al grande caldo, prima

era un’interruzione quasi a occhi chiusi,

veloce e trasognata. Ora è un viaggio lento

e freddo, staccato dal sonno, dove guardo

sapendo di guardare le stesse mattonelle

lo stesso muro screpolato, lo stesso secchio

lasciato in mezzo al corridoio,

e confusa nell’estatico disordine

riconosco il percorso in un codice

di piccoli sussulti finché mi riconsegno

a un tiepido torpore castigato.


Tags:  Irene Pollini Giolai La poesia del Lunedì Patrizia Cavalli




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Irene
Cercare una frase che mi renda interessante mi annoia. Spero di non annoiarvi leggendomi.




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