FEATURED / Le parole giuste / 16 maggio 2016

La poesia del lunedì: Mariangela Gualtieri

mariangela_gualtieri_3bn-foto©Dino-Ignani

Mariangela Gualtieri è una poetessa e scrittrice italiana. Nasce a Cesena negli anni ’50 e Studia all’IUAV di Venezia, laureandosi in Architettura. Negli anni Ottanta, insieme a Cesare Ronconi, fonda il Teatro Valdoca. Nella sua opera, sia poetica che di teatro, ha posto spesso l’accento sull'”inadeguatezza della parola”. Il linguaggio che usa è semplice, diretto, visceralmente evocativo. Mariangela scava a mani nude nei sentimenti con l’innocenza di un bambino e la sottigliezza di pensiero di una donna adulta. I suoi versi sono costante testimonianza di un dialogo tra il dentro e il fuori, un ascolto delle parti più nascoste e dimenticate di noi stessi. La Gualtieri parla della vita, dell’esperire l’esistenza, con un entusiasmo genuino, esplora dolore, gioia, tristezza e languore con la stessa intensità, senza mai perdere speranza.

Scelgo due sue poesie, entrambe d’amore.


Sento il tuo disordine e lo comparo al mio

Sento il tuo disordine
e lo comparo al mio. C’è
somiglianza. C’è lo stesso slabbro
di ferite identiche. C’è tutta la voglia
di un passo largo in una terra
sgombra che non troviamo.
Sento il tuo respiro schiacciato
lo sento somigliante
ti sento piano morire
come me che non controllo
l’accensione del sangue.

Anch’io cerco una libertà che mi
sbandieri, una falcata
perfetta, uno stacco d’uccello
dal suo ramo, quando si butta
improvviso e poi plana

da Senza polvere senza peso, Einaudi, 2006



Alcesti

Ma solo pensare a te.
Non è una figura che viene
una nitida traccia.
È come cadere in un posto
con un po’ di dolore.

Tu sei il mio tu più esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
un’altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell’orma.
Tu. Tu sei del mondo la più cara
forma, figura, tu sei il mio essere a casa
sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata.
Un po’ sporco il mondo lontano da te,
più nemico, che punge, che
graffia, sta fuori misura.

Mio vero tu, mio altro corpo
mio corpo fra tutti mio
più vicino corpo, mio corpo destino
ch’eri fatto
per l’incastro con questo mio
essere qui in forma di femmina
umana. Mio tu. Antico suono
riverberante, antico
sentirti destino intrecciato
sentire che sei sempre stato,
promesso da ere lontane
da distanze così spaventose
così avventurose distanze da
lontananze sacre.

Tu sei sacro al mio cuore.
Il mio fuoco
brucia da sempre col tuo
il mio fiato.

Io parlo delle forze —
di correnti sul fondo del mio lago
sul fondo del tuo, oscure e potenti,
più del tempo dure più dello
spazio larghe, ma sottili
al nostro sentire,
afferrate appena
e poi perdute, nel loro gioco.

Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
prima di questo nome? E ancora
saremo qualcosa, lo sappiamo e non
lo sappiamo, con un sentire
che non è intelligente lavorio cerebrale.

Nessuna parte di corpo che muore
nessun pezzo umano, nessun arto,
nessun flusso di sangue, nessun
cuore, nessuno, niente che sia
stretto nel giro del sole, niente
che sia solo terrestre umano muove
il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
come fossero due parti di un uno.

Allora tu sei la mia lezione più grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due.


Questa volta non ci associo un’illustrazione, ne una fotografia, ma una canzone.

Una canzone d’amore, cantata però da un uomo.

Ha dentro lo stesso struggimento e la stessa pulsante e irrequieta gioia






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Irene
Cercare una frase che mi renda interessante mi annoia. Spero di non annoiarvi leggendomi.






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