FEATURED / Le parole giuste / 23 maggio 2016

La poesia del Lunedì: Emily Dickinson

Oggi parliamo di un’altra poetessa che ha rivoluzionato la poesia senza mai saperlo:

Emily Dickinson

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Emily Dickinson cresce, vive e muore ad Amherst, nel Massachusetts.

È una ragazza schiva, veste quasi sempre di bianco in testimonianza della sua purezza, poche amicizie e una grande passione per la natura. S’innamora solo una volta, di un pastore protestante ma il suo rimane un amore platonico, da osservare da lontano. A lui dedica moltissime delle sue poesie.

 


Restai insaziata tutti i miei anni.
Arrivato il pomeriggio, tremante
avvicinai il tavolo per mangiare
e assaggiai un vino strano,

quello che avevo visto sulle tavole
quando affamata – tornando a casa –
guardavo attraverso i vetri la ricchezza
che non speravo di possedere mai.

Non conobbi l’abbondanza del pane –
era diversa la briciola
che avevo divisa con gli uccelli
nella sala da pranzo della natura.

Il troppo mi urta – è così insolito.
Mi sentivo a disagio, spaesata –
come una bacca ai fratta montana
trapiantata sulla strada.

E non avevo fame. Allora capii
che la fame è un istinto
di chi guarda le vetrine dal di fuori.
L’entrare, la disperde.


 

Nella sua vita non viaggia, non si muove molto oltre il confine del suo giardino e manifesta un carattere contraddittorio , complesso, venato da una fierezza irriducibile. A 25 anni, l’unico vero viaggio che fa a Philadelphia e Washington, la sciocca così tanto da portarla a chiudersi nella sua stanza per mesi. In seguito, anche a causa del sopravvenire di disturbi nervosi e di una fastidiosa malattia agli occhi, non uscirà di lì neanche il giorno della morte dei suoi genitori. Emily crede così tanto nella fantasia da pensare che possa bastare quella per vivere, vede la solitudine e il rapporto intimo e profondo con sè stessa come unici veicoli per la felicità.

 


Sarei forse più sola
senza la mia solitudine.
Sono abituata al mio destino.
Forse l’altra – la pace –

potrebbe spezzare il buio
e riempire la stanza –
troppo stretta per contenere
il suo sacramento.

La speranza non mi è amica –
come un’intrusa potrebbe
profanare questo luogo di dolore –
con la sua dolce corte.

Potrebbe essere più facile
affondare – in vista della terra –
che giungere alla mia limpida penisola
per morire – di piacere.


 

Scrive anche lei probabilmente per sopravvivere ad un’ossessione che l’accompagna sempre,  per la morte naturalmente. La sua poesia però non è cupa ma intrisa di una vitalità profonda e pulsante. Emily passa tutta la sua vita a leggere, studia quasi sempre come autodidatta e scrive naturalmente. Quando muore, nella sua stanza, la sorella trova quasi due mila poesie, scritte in foglietti di carta ripiegati e cuciti con ago e filo. Ognuna di queste poesie in realtà, grazie ad una serie di asterischi, prevede una serie di variazioni e opzioni. Molto di quello che leggiamo oggi, purtroppo, è frutto della “pulizia” fatta dagli editori del tempo. Punteggiatura soprattutto e simboli che lei spesso accosta ai suoi scritti, e che probabilmente significavano qualcosa di ben specifico, sono stati eliminati, rimaneggiati, interpretati.


-Alcuni dicono che (Some say)-

Alcuni dicono che
quando è detta,
la parola muore.
Io dico invece che
proprio quel giorno
comincia a vivere.

A word is dead
when it is said,
some say
I say it just
begins to live
that day.


Molto ovviamente cambia, si “perde” anche nelle traduzioni se vogliamo essere precisi e proprio su questo ragionamento prende forma un esperimento bizzaro e un libro altrettanto pazzo e divertente:

Charter in delirio!

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“Un esperimento con i versi di Emily Dickinson. Testi scelti con traduzione automatica a fronte”

il sottotitolo svela immediatamente il trick e il risultato finale è notevole.

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“Si parla tanto di ciò che si perde nella traduzione, ma non si sottolinea mai ciò che si guadagna durante il viaggio da una lingua (e una cultura) a un’altra: avvicinarsi a un concetto, sfiorarlo ma non coglierlo del tutto, stravolgere il senso di una frase per un’assonanza, sostituire all’imperfetto un infinito – è il fascino dell’esotico, di ciò che resta in parte sconosciuto, dunque misterioso. Viene così a crearsi un linguaggio nuovo, al quale non siamo abituati e che non subiamo passivamente: è la nostra stessa lingua ma piena di ombre e lacune, dubbi e abbagli, sviste divertenti e in fondo accattivanti”  – Marzia Grillo

Così, “They may make the trifle / Termed mortality!”, diventa “possono prendere la zuppa inglese / definita mortalità!”, oppure “I only sigh, – no vehicle / Bears me along that way” produce “ho solo un sospiro, – nessun veicolo / mi orsi lungo quella strada” e via così in un surreale balletto tra lingua e concetto in un mix perfetto tra poesia e follia, .

 


Tags:  Charter in Delirio! Emily Dickinson il libro giusto La poesia del Lunedì




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Irene
Cercare una frase che mi renda interessante mi annoia. Spero di non annoiarvi leggendomi.




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