FEATURED / Le parole giuste / 30 settembre 2016

Il raccontino del Venerdì #1

ODIO PROUST

Non ricordo precisamente quanti anni avessi, ricordo l’angoscia e la paura che mi castrarono il respiro però, la stessa che oggi mi impicca ogni volta che lascio entrare il pensiero, quel pensiero. Mi capita più volte al giorno e mentre sto facendo le cose più disparate. Oggi per esempio stavo guardandomi allo specchio, più precisamente stavo premendomi un brufoletto che non voleva andare via. È un pensiero che s’intrufola silente, nero, viscido e colloso. Uno smalto nero, tragico e lucido che colora per un attimo tutto e scrostarlo è sempre più complesso. Insieme al brufolo ho scacciato veloce il pensiero ma nello specchio ho fatto in tempo a vedere la mia pelle che imputridiva, tutte le rughe che ancora non ho, per un millesimo di secondo ho avvertito l’intera somma di tutto il dolore che proverò perdendo uno dopo l’altro tutti, tutti quelli che amo. Da piccola quel pensiero mi perseguitava nei momenti meno adatti, più felice ero, più facilmente mi veniva a trovare. Inizialmente almeno però non riguardava mai direttamente me. I bambini sono immortali, almeno secondo loro.

Se un bambino confessasse di pensare spesso alla morte sono certa che i più lo giudicherebbero strano “Povero ha qualche problema”  o bene che vada, triste “Chissà cosa gli sarà accaduto”. Beh, non sono d’accordo. Un bambino sa bene che non può confessare a nessuno di fare spesso quel pensiero. Io lo sapevo che non era bello che mi capitasse. Però mi capitava e non poteva essere diversamente.

Negli anni ho provato in mille modi a scacciarlo. A dimenticarmene così… semplicemente. Facevo finta che non ci fosse, ci giocavo a nascondino. Ci sono stati dei momenti in cui l’ho trovato quasi divertente. Ma più crescevo più quello era presente, visibile, di fronte a me, tornava sempre anche quando non ce n’era bisogno. Quel pensiero. Un giorno forse sfinita, forse finalmente un po’ più grande, ho deciso di accettarlo. O meglio: ho deciso che è proprio l’esser consapevoli della morte che porta ad essere felice. C’è un limite. Abbiamo solo una vita. Si è malati se si pensa che la morte possa essere una soluzione, quello si. O forse nemmeno tanto a volte. Fatto sta che io non mi sento una persona triste, e nemmeno lo sono, ma io alla morte ci penso spesso. Oggi come ieri. Certo, ci abitua a tutto no? Anche all’idea che si debba morire secondo me -e forse- è tutta li la soluzione.

Comunque la prima volta di qualunque cosa è sempre la più forte e una volta capito quel concetto, non lo si può cancellare. Diventa un pensiero che ti può assalire quando meno te lo aspetti.

Stavo arrampicandomi sull’angoliera della cucina. Ero nella vecchia casa, quella in cui ho vissuto fino ai miei 13 anni.

Le mani cicciotte, piene, ancora con i buchini al posto delle nocche. Quanto ho odiato quelle mani, sempre uguali fino alla terza media, semplicemente sempre più grandi. Sono cambiate solo quando ce ne siamo andati da lì, come se con il nostro trasloco avessi abbandonato anche la mia infanzia in quella casa.

Buffa e goffa sono i due aggettivi che mi ritraggono meglio in quel periodo. Iperattiva però. Immaginate la triangolazione di questi 3 aspetti: una catastrofe. Un aspetto che i miei tenevano a bada dandomi stimoli di tutti i generi e continui. Quando non ero intenta a fare qualcosa di creativo di solito mangiavo. Mio padre era preoccupato per la mia voracità, sarei diventata sicuramente una bambina tanto intelligente quanto grassa se fossi andata avanti così e lui sognava un’atleta laureata. Con il massimo dei voti preferibilmente. Decisero di provare a togliermi -almeno- i dolci. Credo di avere avuto all’incirca 5 anni ma avevo le idee molto chiare: non esisteva proprio per quanto mi riguardava.

Mi feci furba e all’inizio riuscii a scovare i petit beurre salé  ma quello che volevo io era la cioccolata. Erano giorni che non ne mangiavo, o almeno così mi sembrava. M’improvvisai una via di mezzo tra Indiana Jones e Sherlock Holmes. Spiavo mia madre mentre sistemava la spesa, e, appena era intenta a fare dell’altro, aprivo di soppiatto ogni cassetto e sportello della cucina. Mio padre ridacchiava piano, senza farsi sentire, mentre assisteva alle mie imboscate. Mia madre, dopo aver trovato il pacco di biscotti finito sotto il mio letto, decise di nascondere la cioccolata dove, anche l’avessi individuata, non l’avrei sicuramente raggiunta. Troppo in alto.

Mia madre ingenuamente ignorava potessi essere così coraggiosa, o meglio, mai avrebbe pensato fossi disposta a tanto pur di ottenere qualcosa. Beh si sbagliava. 

La tanto agoniata tavoletta Lind stava li, in cima all’angoliera della cucina. Io lo sapevo, l’avevo scoperto accucciata, piccola piccola, dietro il divano. L’aveva infilata oltre un bordo abbastanza alto da nasconderla alla vista. 3 stecche. Una dopo l’altra, le aveva messe li dietro guardandosi attentamente attorno. Mi aveva chiamata, non avevo risposto, ero rimasta acquattata ad aspettare la sua mossa. In silenzio. Una volta finito di sistemare la spesa poi era andata di sotto in giardino a cercarmi.

Sicuramente le mie doti intellettuali superavano nettamente quelle fisiche in quel preciso momento della mia vità. Le mie attività preferite erano leggere, disegnare e scrivere. Non sono mai stata un tipo particolarmente atletico. Ci ho provato in seguito ma non è mai davvero funzionata.

Troppo scontato il collegamento con il Gollum del signore degli anelli. Ma l’ardore con cui desideravo mangiare quella cioccolata si avvicina sicuramente al suo “Tessssoro”. Provai un paio di volte a salire sul bancone della cucina alzandomi con le mie braccia ma era troppo difficile, ero troppo pesante. Dovevo essere veloce. Decisi di aiutarmi con uno sgabello, una volta lì sopra ero convinta che alzando il braccio ci sarei arrivata ma in realtà quel mobile era davvero alto, o io molto piccola. Mi allungai il più possibile. La mano tesa a più non posso ma nulla… non ci arrivavo. Mi guardai intorno in cerca di una soluzione. Osservai con cura il mobile e decisi che quei ripiani sarebbero potuti essere dei comodi pioli, come una scala.  E no, non era difficile, mi ero già arrampicata anche all’asilo, sulle giostre. Indiana Jones, con cui sentivo un insensato legame paterno, sarebbe stato fiero di me.

La cioccolata chiamava sempre più forte.

Alzai un piede poggiandolo con convinzione sul primo ripiano, non occorreva che io mi arrampicassi in realtà, ero sveglia e capii che sarebbe bastata solo una spinta e hop! con una mano avrei afferrato ottenuto il “Tessorooo” -scusate lo so è banale ma efficace-. Poi sarei scesa e mi sarei rifugiata in camera, sulla scrivania a disegnare e ingurgitare voracemente tutta la barretta prima che mia madre potesse accorgersene.

Una volta finita mica me la può togliere. Il ragionamento era più o meno questo mentre mi immaginavo mangiarla senza nemmeno prendere fiato.

Pensando alla cioccolata sciogliersi in bocca trovai il coraggio per darmi la giusta spinta. Raggiunsi la tavoletta, la sfiorai con le dita, mi sorpresi d’esserci riuscita e poi sentì subito che qualcosa non andava. Attaccata al bordo dell’angoliera, con l’angoliera stessa, stavo inclinandomi senza via di ritorno. Sbam! Fini a terrà di schiena.

Tutto il cibo contenuto nel mobile mi finì addosso, cominciai a ridere al posto di piangere. Isterica. L’angoliera si bloccò giusto sopra la mia testa, grazie al tavolo da pranzo. Io presi una bella botta ma non così forte da provare dolore. Vicino a me, la cioccolata. Ne presi un pezzo e me la cacciai veloce in bocca come un automatismo, senza nemmeno pensarci. Mia madre mi comparve di fronte pallida, spaventata a morte. Aveva sentito i rumori dal giardino ed era accorsa subito, già convinta del peggio. D’altronde si sa i grandi fanno quel pensiero molto più dei bambini. Mi aveva già prefigurata squartata e sanguinante.

“Potevi morire!” Mi urlò contro. Non avevo mai visto mia madre così. Di solito aveva sempre un sorriso plastico e sempre uguale a sé stesso. Quella volta mi sembrò molto più viva, più vera, più bianca. Così bianca da ricordarmi un fantasma. “No, io non muoio mamma” dissi semplicemente. “Tutti muoiono, Céline! Non puoi fare queste cose, finirai per ammazzarti o uccidere per me. Mi si rompe il cuore così.” Impallidii.

In un attimo mi diventò chiaro il concetto. Come se d’improvviso qualcuno avesse acceso la luce. Impallidii.

Tutti muoiono.

Anche tu mamma con il cuore rotto. Anche io, sotto l’armadio.

Tutti muoiono.

La mia testa si riempii di fuoco e ghiaccio, tutto dentro il mio cervello. Spilli freddi come il ghiaccio e carezze calde come lava. Tutti muoiono. Dalla testa sentii tutto colare dentro lo stomaco, mischiarsi al sapore del cioccolato che mi ero infilata in bocca. Tutti muoiono. A quel punto piansi. Piansi di un pianto fortissimo che volevo buttare fuori tutte le lacrime della mia vita, tutte le lacrime fino alla mia morte pensai. Tutti muoiono. Piansi tutta la paura di morire, piansi perché mi resi conto che ne avrei avuto paura tutta la vita. Non di cadere dall’angoliera. Ma di quel pensiero. Piansi per mille ragioni che in quel momento nemmeno capivo ma sapevo che era qualcosa da cui non sarei mai potuta tornare indietro. E sarebbe sempre saputo di cioccolata quel pensiero. Proust con me si sarebbe divertito.

Céline Armagnaque


Tags:  il raccontino del venerdì Irene Pollini Giolai




Previous Post
Ian Fisher
Next Post
La poesia del Lunedì: Patrizia Cavalli



Irene
Cercare una frase che mi renda interessante mi annoia. Spero di non annoiarvi leggendomi.




You might also like






More Story
Ian Fisher
Disegna e dipinge solo nuvole. Cumolonembi per la precisione, sfumati in più colori e dimensioni. Il suo nome è Ian Fisher,...