FEATURED / Le parole giuste / 20 gennaio 2017

Il raccontino del venerdì #8

Dieci anni

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L’aria è tersa e la notte chiara, anche senza luna. Fa molto freddo e le luci del paese diventano sempre più piccole mentre la macchina sale su, verso il passo. Chiara guarda fuori dal finestrino. Il suo fiato appana il vetro, con il dito scrive il suo nome. Lei e Matthias parlano di tutto, sono anni che non si vedono ma sembra ieri l’ultima sera che sono stati insieme. Oggi lei non sta più in albergo con i suoi, ha un piccolo appartamento in affitto tutto per sé. Non è più la stessa persona, ma è sempre la stessa. Matthias lo avverte nitidamente quando entra in macchina e le sorride,  Chiara sente lo stesso. Si riconoscono subito, vorrebbero abbracciarsi ma non lo fanno.

Lei è dimagrita, è più sottile di come se la ricordava, quasi spigolosa. Porta i capelli corti quando li ha sempre avuti lunghi. Indossa un bomber, nero e gonfio, i jeans stretti a sottolineare le cosce sottili e nervose. È sportiva quando ai tempi vestiva solo e sempre in modo -per quanto chic- assolutamente inappropriato.

“Son cambiate un sacco di cose vedo” Matthias indica le scarpe da ginnastica, anche quelle nere. “Dove sono i tuoi tacchi?” non può evitare di prenderla in giro.

“I tacchi li porto ancora semplicemente non in montagna. Sono migliorata sai?”

Matthias guarda la strada e fa segno di sì con la testa sorridendo poco convinto. Sono passati quasi dieci anni ma la sua faccia è sempre uguale, Chiara vorrebbe prenderla tra le mani e sentire se la sua pelle ha ancora la stessa consistenza, calore; lui, lo  stesso odore. Ma non lo fa. Non sta bene oggi fare una cosa simile.

I suoi lineamenti si sono fatti più duri ma gli occhi sono sempre dolci e vispi come quelli di un bambina, pensa lui osservandola. Quelli azzurri di Matthias sono invece diventati piccoli, contornati da sottilissime rughe. Chiara d’improvviso si sente inadeguata quando si accorge che lui la sta osservando, non riesce a reggere il suo sguardo.

“Ho aperto una palestra, insegno yoga e faccio consulenze di comunicazione” continua velocemente e quasi inciampandosi nelle parole. Matthias cerca di rimanere serio“Brava, complimenti” Poi scoppia in una risata fragorosa “Sono fiero di te”

“Oh dai! Smettila!”

Fa l’offesa Chiara, o almeno così finge, cerca di rimanere seria, poi lo riempie di sberlette sulle spalle e scoppia a ridere anche lei.

”Piano, piano oh!  sto guidando! Non vorrai mica che muoia proprio ora che son tornato no?”

“Posso fumare?”

Chiara si accede la sigaretta prima ancora che lui possa rispondere.

“Ma non potevi aspettare di arrivare al passo? Ci siamo quasi cazzo. Per fortuna insegni yoga. Sei per caso nervosa?” Matthias continua a stuzzicarla, come sempre. Sono passati dieci anni ma non è cambiato niente e Chiara non sa se la cosa la faccia sentire bene.

I tornanti si susseguono lenti mentre la macchina ogni tanto slitta a vuoto sul ghiaccio. L’aria fuori dal finestrino è gelida e le dita di Chiara si ghiacciano ogni volta che butta all’esterno la cenere.

“Metto della musica?”

Come per la sigaretta non aspetta risposta e collega il suo iPhone.

“Ecco questa è perfetta”.

Vocalizzi morbidi riempiono la macchina insieme all’aria calda che Matthias accende. Fuori dal finestrino la luna si riverbera sui profili bianchi delle rocce. I monti sovrastano lo sfondo, severi, alti e scuri. Tutto è coperto dalla neve. Chiara si sente serena, ha la testa finalmente vuota. Era tanto che non le capitava.

“Ecco, parliamone Matthias. Tu, perché sei tornato?” Chiara azzarda coraggiosa e la macchina sbanda su una lastra di ghiaccio. Matthias con disinvoltura -e senza scomporsi più di tanto- la rimette in carreggiata . “Come potevo rinunciare a tutto questo?” dice protendendo la mano verso il panorama, accelera salendo un tornante.

“Dai, sii per un attimo serio”

“Cosa vuoi sentirmi dire? Mi mancava casa, sciare, i boschi, il passo, tutto questo? Le storie, gli amici, le radici. La normalità?”

“Piano, piano. Lo so. Odiavi stare qui. Mi chiedevo solo come stai, com’è essere di nuovo qui”

“Beh sono cambiato. E poi ho sempre amato questo posto, ho solo dei problemi con chi ci abita”

“Non con tutti”

Per la prima volta Matthias arrossisce.

“Renè è sempre qui. Vero?”

Chiara negli anni ha addestrato il suo sentimento e fatto pace con la questione. Lei era stata l’amore di un Natale che cosa poteva pretendere? Avevano 20 anni e si erano conosciuti in pista, in seggiovia. Lui alto, gentile, carino e studente di filosofia, musicista anche. Perfetto. L’aveva aiutata a scendere perché chiaramente in difficoltà. Le mani ghiacciate, quell’ambiente così ostile ad un fisico fragile come il suo. Avevano chiacchierato poi si erano rivisti la sera, nel bar dell’albergo dove stava lei. E avevano parlato fino a tardi, fumato sigarette, bevuto tisane. Era tutto splendidamente naturale per entrambi.

Il giorno dopo la cosa si era ripetuta: avevano sciato, mangiato e bevuto grappini, sciato nuovamente e poi l’après ski, Matthias le aveva anche presentato il suo migliore amico Renè, un maestro di sci bellissimo. Avevano ballato tutti insieme, era stato tutto perfetto, finchè lei non era stata poco bene, era uscita a prender aria, Matthias l’aveva seguita e Chiara ubriaca l’aveva baciato. Lui si era lasciato baciare. Poi improvvisamente una lite violentissima tra lui e Renè, si erano quasi presi a pugni. Chiara si era messa tra i due, Matthias l’aveva presa per mano spingendo via Renè che era caduto a terra. E così erano finiti a casa sua, e solo allora Chiara aveva scoperto che era il figlio del proprietario dell’albergo dove alloggiava.

Matthias era strano, così turbato dalla lite con l’amico da non riuscire quasi a parlare. Così lei gli aveva potuto accarezzare i capelli, con la scusa del consolarlo, baciargli il viso, sentire il suo odore. E dopo un po’ erano finiti a fare l’amore. Era capitato solo una volta, il penultimo giorno.

Lei era tornata in camera aspettando solo  il giorno dopo. Rivedersi, ribaciarsi, rifare l’amore. Poi partire. Ma a quello avrebbe pensato poi.

Ma il giorno dopo Matthias l’aveva anticipata, presa e portata al passo proprio come questa sera.

Chiara sa bene dove Matthias la sta portando. Su quella stessa piazzola le aveva fatto un discorso, dolce e premuroso ma chiaro e conciso. Era stato bello ma la cosa doveva finire lì. Lei sarebbe tornata a Milano, lui doveva pensare alla sua musica, tornare a Zurigo. Lei orgogliosa, ferita e fredda aveva accettato. Il ritorno in auto verso l’albergo era stato terribile. L’imbarazzo era palpabile e nessuno dei due sapeva bene cosa fare o dire. Lei avrebbe solo voluto abbracciarlo, aggrapparsi al suo braccio almeno. Poggiare la testa sulla sua spalla e piangere. Solo un po’. Era giusto così, lo sapeva anche lei. Ma rimase immobile. Con la testa sempre girata verso il finestrino e la montagna, cercando di non piangere. Nessuna luna nemmeno quella sera. Ma la neve cadeva forte. Si erano salutati senza toccarsi.  Poi il giorno dopo era partita. Ogni tanto, nei mesi, qualche messaggio per educazione. Poi Matthias aveva smesso di rispondere e Chiara capito che non era dignitoso insistere.

L’anno dopo lei era comunque tornata in albergo con i suoi genitori ma lui non c’era. Solo l’ultimo giorno si era permessa di chiedere sue notizie

“Matthias ora vive a NY ” Ma non era a Zurigo? Doveva finire lì la laurea, strano, molto. Chiara non sopportava di non sapere. Fortunatamente per lei, le voci girano veloci in una valle così piccola e se uno vuole sapere qualcosa basta sapere a chi chiedere. La cosa quindi si dimostrò molto più semplice del previsto “Non può più tornare. Renè, il suo migliore amico? Hai presente? Un cameriere dell’hotel li ha trovati insieme nella cella frigorifera dell’hotel, a scaldarsi” Silvia, la capo estetista della spa più lussuosa in valle, non delude mai da questo punto di vista.

Sembra passato un secolo. Il dolore è completamente svanito anche se c’è stato, Chiara lo sa e Matthias anche. Non ne hanno mai parlato prima di questa sera e Matthias si sforza di trovare qualcosa di divertente da dire, stemperare la tensione, ma non lo trova.

“Non sono arrabbiata, stai tranquillo. Sono felice di rivederti. Ti trovo bene, sei bello.”

Matthias non toglie gli occhi dalla strada mentre lei gli scompiglia i capelli con una mano. Lui si rilassa un attimo per poi irrigidirsi quasi subito.

“Non volevo sparire Chiara ma quello che è successo era troppo grosso. Il figlio dell’albergatore: frocio. Non è stato facile per loro. Tutto il paese ne parla ancora oggi. Ma questo non ha nulla a che fare con te lo sai. Io volevo proteggerti. Non volevo farti del male, quindi dovevo chiudere subito con te.”

“Non sono più voluta tornare gli anni dopo ma i miei mi hanno detto di tuo padre. Mi dispiace, ti ho scritto, lo sai. Certo non pensavo che avresti preso in gestione l’albergo. Non mi aspettavo di vederti oggi”

“Si lo so.”

“Non mi hai mai risposto”

“Mi sentivo in colpa. Ti ho voluto bene io sai? Anche se per una settimana sola” Matthias ride, Chiara lo guarda seria questa volta. “Ma la mia vita, io, sono un casino. È già sufficientemente strano ritrovarci qui sta sera, non complicare ulteriormente le cose Scimmietta.”

Chiara arrossisce. “Scimmietta? Ma che confidenze ti prendi? chiamarmi ancora così?! Ti prego!” Cerca di ridere ma non le viene.

“…E poi anche Romeo e Giulietta si sono amati una sola settimana, poi sono morti ! A noi è andata meglio almeno. Io sono un frocio con un albergo e tu insegni yoga”.

La macchina scollina, arriva al passo dove svolta sulla destra per fermarsi in Quella piazzola.

Le porte dell’auto si aprono simmetriche, i due scendono, i loro fiati si condensano in piccole nuvolette, il freddo pizzica l’interno delle narici. Senza dire niente, guardano verso la valle. Il silenzio è pesante e piacevole come una coperta spessa. Sotto di loro, una graziosa miniatura del paese, lucine e ombre proiettate dagli impianti e dalle case. Una ferita di luce in un bosco fitto, scuro e quieto.

Il vento soffia leggero e gelido sulle loro facce, scompone le fronde degli alberi, ogni tanto qualche tonfo sordo di neve crollata, dietro di loro. È bello quel silenzio. Caldo e pieno. Chiara alza gli occhi e cerca di riconoscere le poche costellazioni che conosce. La via lattea attraversa distintamente il cielo.

“E tu perché una palestra? Volevi scrivere.”

“Come hai detto tu: Normalità. Volevo qualcosa di normale”

“E apri una palestra per bisogno di normalità? Cazzo Chiara, smettila!”.

Matthias non molla, la conosce. A lui non riesce a dire bugie. Le era piaciuto subito per quello, parlavano come se si conoscessero da sempre e si sentiva costretta ad essere onesta. A non mentire. Sono passati dieci anni si, ma la sensazione è la stessa.

“La verità?”

“Beh direi di sì.”

Mi conosce da dieci anni ma in realtà mi ha conosciuta solo una settimana, ragiona Chiara. Perché raccontargli tutto? A cosa serve? Ma non si riesce a fermare.

“È finita la storia più importante della mia vita, storia che pensavo sarebbe stata quella del “per sempre” ed ero così inghiottita dal dolore che mi sembrava di non aver più idee valide per scrivere e così mi sono data allo yoga. Ne ho fatto talmente tanto per riuscire ad uscire dal mio dramma che alla fine ho potuto farne una professione. Patetico no? Dopo il mio primo romanzo non sono più riuscita a scrivere più nulla”.

“Beh era bello il tuo romanzo, un po’ melenso e saccente, ma non era male. Sei più intelligente e brillante dal vivo secondo me.”

Matthias si stringe nel suo cappotto aspettando una reazione ma Chiara continua a guardare le stelle fingendo di non dar peso a quelle parole.

“…Infatti insegno Yoga oggi e sono brava e finalmente sto anche meglio, il mio ex marito si è risposato sai? Dopo meno di un anno. Ma almeno questa volta non era gay” Chiara con la mano fa il segno di una pistola e gli spara contro.

“Si vede che hai vissuto a New York.” aggiunge.

“Dici?”

“Beh sei molto molto più stronzo, oltre che gay, guarda lì che fighetto. Cappotto da uomo importante, polacchini di pelle nera, camicia e maglioncino di cashmere. La giacca è Loro Piana? Insomma sembra si siano invertiti i ruoli”

“Beh tu sei in tuta e pettinata come una lesbica, qualcuno doveva mantenere il livello”

Ridono, di nuovo, si passano la canna che Matthias ha acceso nel frattempo. Ora entrambi guardano verso il cielo, come cercando qualcosa.

Milioni di puntini di luce si perdono sopra di loro come briciole su un enorme tavolo.

“Uh! una stella cadente” Chiara indica un punto che Matthias non ha il tempo di raggiungere con lo sguardo.

”Espresso!” Chiara fa una smorfia soddisfatta, le servivano proprio quella stella cadente e quel desiderio, sembra una ragazzina anche se oggi ha più di 30 anni.

“Sai cosa dicono alle Fiji?”

“Hai bisogno di farmi pesare che sei stato alle Fiji?”

“Anche” Mentre lo dice Matthias fa un sorriso che Chiara riconosce. Si sente un po’ a casa, vorrebbe avvicinarsi, abbracciarlo, forse anche prendergli la mano ma non lo fa. Ha paura di essere fraintesa quando non c’è nulla da fraintendere. Non più. È solo nostalgia di cose belle.

“Alle Fiji dicono che se vuoi che il tuo desiderio si avveri, non devi dire a nessuno di aver visto la stella cadente”

“Lo trovo crudele”

“Loro trovano idiota il nostro modo di gestire la cosa invece. L’avverarsi di un desiderio ha sempre un prezzo no?”

Chiara fa un tiro profondo e pensa al suo desiderio che non si avvererà. Ha confessato di averla vista, non vale più. Pensa che sarebbe così bello se bastassero le stelle comete -e il tenerle segrete- a cambiarci la vita e a preservarci dal dolore.

“Fa freddo e questa è finita” Chiara fa cenno alla canna” Rientriamo? Magari ascoltiamo qualche altra canzone in macchina e poi scendiamo”

“Ai suoi ordini generale!” Matthias mima il gesto dell’attenti. I due rientrano nella piccola Jeep gialla. Non parlano, guardano oltre i finestrini cercando di trovare un buon motivo per non guardarsi negli occhi. Vorrebbero dire tantissime cose ma non hanno il coraggio, la voglia, forse dopo dieci anni non ha nemmeno senso stare in questa macchina, al passo, a parlare. O forse sì perché è innegabile che tutti e due ne hanno bisogno, per ritrovare qualcosa di se stessi. Perso.

Oggi dopo tantissimo Matthias si è potuto prendere due ore dall’albergo ed è andato a sciare. Si sono rincontrati in seggiovia, come al tempo, così per caso. Non si sono abbracciati come in una carrambata, sono rimasti da prima molto sorpresi, quasi imbarazzati. I caschi, gli occhialoni da sci e le divise hanno reso il loro incontro quasi surreale e soprattutto hanno aiutato dissimulare i rispettivi rossori. Una volta scesi dalla seggiovia si sono dati la mano togliendosi i guanti, due baci, sentendosi a disagio per la formalità che è venuta spontanea ad entrambi. “Rivediamoci sta sera” si sono poi detti insieme sincrono, poi hanno riso. Ma rivedersi era giusto? Mai negarsi al destino. In questo non sono cambiati, e quella famigerata settimana si erano davvero incastrati, contro ogni logica, senza fatica. Ed era stato bellissimo. Per entrambi, anche se in modo diverso. Vedersi è dovuto, inevitabile. Vedersi è giusto pensano entrambi. E così, eccoli in quella macchina. Cambiati ma sempre uguali. Forse solo un po’ più in imbarazzo di quello che potevano aspettarsi entrambi.

Certo, bellissimo, pensa Chiara senza dire niente, ma anche strano. Matthias, come avesse sentito il suo pensiero mette in moto l’auto.

“Andiamo, che dici?”

La macchina esce dalla piazzola e si rimette sulla strada per scendere dal passo. Matthias accende la radio e cerca una stazione che si senta in modo chiaro. Le frequenze sono poche “Lascia questa! Lascia questa” le note della Verità riempiono l’abitacolo forti e improvvise. “…Il dolore serve, proprio come serve la felicità” canta Brunori Sas. Chiara allora senza pensarci, appoggia la testa sulla spalla di Matthias e chiude gli occhi, piange. Solo un po’ e non sa bene perchè. Ma sa che è giusto così.


Tags:  il raccontino del venerdì Irene Pollini Giolai




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Irene
Cercare una frase che mi renda interessante mi annoia. Spero di non annoiarvi leggendomi.




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