FEATURED / Le parole giuste / 11 novembre 2016

Il raccontino del Venerdì #7

È guerra

Schermata 2016-11-11 alle 01.33.31

Lauren Gallaspy

E’ guerra. E’ guerra tra case diventate tutte uguali. Paesaggi incrociati in tv, ora qui. Comune denominatore: il dolore. Grammatica di questo linguaggio: il sangue. Botte e bombe, fuochi di carne in cielo e petali di uomo a decorare le strade.
Una sorta di dolore sorpreso, acuto e sottile, quello che mi si infila tra i nervi, che è continuo e non passa. Non puoi fare nulla. Non puoi smetterle di sentirle. Bombe e tonfi che riempiono le orecchie. Smettere di urlare, ascoltare, vedere: impensabile. Smetto di respirare, esistere mi sembra un obbligo troppo pesante.

Stringo i pugni vicino alle orecchie. Le premo forte contro la testa. Serro gli occhi, li strizzo, voglio sentire le sopracciglia poggiarsi alle guance. Chiudermi a metà.
I miei pugni rimangono serrati. Le unghie entrano nella carne, nei muscoli sottili dei palmi. Non fa più male. Le bombe cadono vicine e lontane, cadono e noi non possiamo nulla. Tutto ora ha lo stesso colore, il rosso sporco di una sofferenza.

Uomini che uccidono altri uomini perché altri uomini hanno deciso che è giusto così. E noi nel mezzo. Uomini che inventano dei e decidono che devono essere i soli. Uccidono per provare che è vero. E noi in mezzo. Briciole su un tavolo a gioco di qualcun altro.

Sangue che gocciola e sporca le mani, macchia le pareti di cemento che seguono la strada, la stessa che fino a ieri attraversavo incurante, la stessa che percorro per andare a scuola.

Sdraiato, rotto sul bordo del marciapiede, c’è un ragazzino. Il viso spaccato a metà poggiato all’asfalto come stesse ascoltando il terreno. Sembra di cera. Penso ai promessi sposi, al cadavere della bimba sul carretto degli appestati. Come posso pensarlo ora? Camminiamo veloci, tutti in fila. Siamo dei civili, noi non centriamo. Ci vogliono salvare. Devono salvarci. Di fronte alla scuola entrano barelle urlanti. Escono solo quelle silenziose, coperte da lenzuoli bianchi. I palazzi ondeggiano, quasi impercettibili. Alcuni decidono di cedere, crollando come castelli di carte. E bombe, ancora bombe. E sangue, ancora sangue. Non c’è ricco, non c’è povero. Non c’è donna e non c’è uomo. Siamo tutti uguali, ammalati di paura. Alcuni scappano e calpestano mani e braccia, scalano teste nella speranza di respirare un po’ d’aria oltre la cenere e il fumo. Molti cadono al suolo, cecchinati dai frammenti dell’ennesima bomba caduta vicina. Sembriamo pecore. Tutti vicini, veloci, compatti. Una falange umana armata solo di disperazione. Stare al centro è un buon modo per salvarsi. L’odore del sudore mi entra nelle narici. Forte e pregno. E’ vivo. Non posso svegliarmi, è un incubo vero dove c’è ancora futuro, stretta tra le spalle di altri.
Speranza stuprata ad ogni angolo. Sogni che come massi cadono dall’alto, si spaccano, sfracellano denti senza sorrisi. Accecano occhi improvvisamente vissuti, soffocano voci che non canteranno mai.
E le bombe cadono, ai nostri lati, noi tutti compatti ci muoviamo veloci.


Tags:  il raccontino del venerdì Irene Pollini Giolai




Previous Post
Joanne Burke Jewels
Next Post
Petites Luxures



Irene
Cercare una frase che mi renda interessante mi annoia. Spero di non annoiarvi leggendomi.




You might also like






More Story
Joanne Burke Jewels
Amuleti,  gioielli con un potere, dotati di un'anima. Oggetti pensati per proteggere la fertilità, parlare di femminile...