FEATURED / Le parole giuste / 21 ottobre 2016

Il raccontino del Venerdì #4

La Corista

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Rebecca Morgan

Da piccola ero grassa. Grassa forse è esagerato, in sovrappeso sicuramente, ma quello che conta da bambini è come ti descrivono gli altri, come ti etichettano. Da piccoli non si ha mai la piena percezione del proprio corpo, è semplicemente uno strumento con cui apprendere e spostarsi nel mondo. Non si sa se si è brutti o belli, grassi o magri. Sono gli altri a definirci.

E io fui etichettata come grassa.

Era quello il mio punto debole, quella la manifestazione più evidente che anche in me- come in tutti- c’era qualcosa che non andava: io volevo essere perfetta.

Per il resto ero una bambina brillante, solare, allegra, forse troppo esuberante, soprattutto logorroica. Sì, sicuramente facevo un po’ paura agli altri bambini. Io invece non avevo paura di niente e di nessuno ed ero vorace in tutti sensi. Mangiavo tanto quanto leggevo: libri e panini mi davano la stessa identica soddisfazione. E io avrei mangiato in continuazione se non mi avessero fermato. Almeno con i libri questo non succedeva.

Forse, proprio a causa della troppa lettura, in seconda elementare i miei compagni si accorgono immediatamente che sono strabica -solo quando sono stanca- e mi vengono messi gli occhiali. Essere grassi e strabici è un problema doppio, per quanto da sfigati molto meglio indossare un paio di occhiali. E poi mi sono sempre piaciuti, mio padre li porta, e per me alla fine sono sempre stati più un vezzo che un impedimento. Gli occhiali nella mia testa erano per persone intelligenti, sagge. “Quattrocchi” come insulto con me non ha mai funzionato. Quello che invece colpiva pienamente nel segno era “Cicciona”. O nelle sue varianti: grassa, obesa, cicciabomba.

“Ciccia bomba cannoniere fa la cacca nel bicchiere, il bicchiere si spaccò, Cicciabomba se la mangiò” E tutti giù a ridere.

Le occasioni in cui la cosa si poteva verificare erano soprattutto momenti in cui veniva messa alla prova la mia coordinazione o agilità. Ovviamente nulle.

In palestra la cantilena veniva ripetuta piano, cosicché la maestra non potesse sentire. Io fingevo di fregarmene, addirittura ne ridevo quando riuscivo. Dentro in realtà sentivo qualcosa di caldo e appiccicoso aprirsi e riempirmi lo stomaco. Faceva male senza che nemmeno riuscissi a capire perché. Mi vergognavo e, piano piano, me ne convincevo anche io. Non essere così però, cicciona per l’appunto, prevedeva una e una sola soluzione, mangiare meno e la cosa non mi andava assolutamente. Come poter rinunciare a costine di maiale e Nutella? Non insieme naturalmente ma quelli, oggi come a 9 anni, sono sicuramente due dei cibi che preferisco.

No, non era possibile. Essendo grassa ma non stupida cominciai a cercare una soluzione al dilemma evitando chiaramente qualsiasi tipologia di dieta.

Cominciai ad osservare le persone grasse in modo sistematico e cercare qualche aspetto che potesse in qualche modo riqualificarle. Essere grassi nella nostra società è una cosa da sfigati lo si sa intuitivamente anche da bambini.

La simpatia, è sicuramente una delle caratteristiche in grado di salvare un ciccione da un giudizio a mannaia. La cultura e l’intelletto potevano essere altre due. Se sei intelligente puoi essere grasso, anche se mi resi conto subito che in realtà la regola  vale solo da adulti e in corrispondenza anche di lavori piuttosto importanti.

Con la simpatia sì. Potevo cavarmela… nonostante anche quello potesse essere considerato un discorso controverso e non condiviso da diciamo, beh… la metà dei miei compagni di classe. Non ero una di quelle bambine grasse e sfigate, non ero remissiva o timida: ero un giullare con manie di leadership e secchionaggine latente. Vivevo in una sorta di stato d’eccitazione perenne, vibravo di un Odio-amore imperituro che io stessa provavo per me stessa (scusate il giro cacofonico), figuratevi gli altri.

Imparavo in fretta e mi piaceva essere stimolata di continuo. Solo quello acquietava il mio stato interiore e non ero di buone maniere con chi, secondo i miei standard, non era sufficientemente sveglio. Loro alla mia arroganza rispondevano -giustamente- con le armi che avevano, affondandomi molto più di quanto io potessi in realtà fare con loro. Ma io non mollavo. Mi arrabbiavo, a volte urlavo, loro continuavano.

“Cicciabomba cannoniere fa la cacca nel bicchiere il bicchiere si spaccò, Cicciabomba se la mangiò” 

Ripeto. Funzionava benissimo.

Mi si riempivano, prima, le tempie. Le sentivo gonfiarsi subito, al primo Cicciabomba. Una lava calda le inondava. Una calda colata che poi mi faceva pizzicare gli occhi e quasi piangevo. E per non piangere mi arrabbiavo ma non volevo e allora colava tutto lì, nello stomaco. La rabbia si trasformava in vergogna, passando dalla faccia alla pancia senza poterci far nulla.

Ci volle un po’ prima di arrivare ad una quadra, un giorno a casa di nonna ebbi l’illuminazione. Come si confà ad una vera signora di spessore -come amava sentirsi lei-, mia nonna la televisione la utilizzava solo per vedere il tg, la signora in giallo -unico svago nazional popolare che si concedeva considerato che beccava sempre l’assassino prima della Fletcher- e l’Opera, sua grande grandissima passione. Si era registrata una serie di spettacoli e ogni tanto se li riguardava compiaciuta e deliziata. Si sedeva sulla poltrona con il suo libro in mano, magari qualcosa di Cavour in francese. Ascoltava la musica mentre leggeva, un po’ alzava gli occhi, li staccava dal libro per guardare alcune scene in tv. Un pomeriggio seduta di fianco a lei sul divano, guardavamo una delle sue cassette, non ricordo il nome, ricordo lei però, la cantante.

Non è grassa ma è tanta. Ed è inaspettatamente bellissima. Gorgheggia acutissima come un usignolo, nel più letterale dei termini. Imponente. I canarini che mia nonna teneva in cucina seguono il suo canto cominciando a cinguettare. Potente. Meravigliosa. Una sorta di Biancaneve in carne e ossa, in sovrappeso certo, ma non le si può dire nulla.

Da bambina mi piaceva soprattutto fare quello che mi riusciva bene -e preferibilmente- senza fatica: cantare era sicuramente una di quelle cose. Ero naturalmente intonata, non un talento eh, ma diciamo che avevo un’estensione vocale notevole. Me lo aveva detto l’insegnante di musica e ai saggi di scuola mi avevano dato anche degli assoli. Mia nonna quando mi aveva sentita aveva confermato. Io fino a quel momento non avevo mai preso la cosa davvero sul serio ma a quel punto studiare canto per davvero avrebbe avuto senso. Se è vero che la cassa di risonanza di uno strumento conta, anche questo lo avevo imparato dall’insegnante di musica, il mio corpo tondo, morbido e ampio era perfetto. Diventare una cantante lirica: la cosa funzionava, decisamente.

“Voglio fare l’Opera da grande” ero esordita sovreccitata appena entrata in casa. Implorai mia madre di prendere delle lezioni di canto e mi disse che sì, certo avrei potuto farle. Si mise a ridere e si chiese come una bambina potesse essere così stramba da desiderare di fare la lirica.

Quella sera mi addormentai velocissima per far si che il mattino arrivasse il prima possibile. Il giorno dopo a scuola avevamo ginnastica e mi presentai in palestra molto più sicura. Sbagliai come sempre la capriola, non riuscivo a fare la ruota e naturalmente sudavo più degli altri. Ma avevo una luce diversa.

“Cicciabomba cannoniere fa la cacca nel bicchiere il bicchiere si spaccò, Cicciabomba se la mangiò”

Mi girai verso i soliti compagni e riuscii a sorridere. Si guardarono fra loro perplessi. Non diventavo rossa ne mi arrabbiavo come al solito. Sorridevo.

“Cicciabomba cannoniere fa la cacca nel bicchiere il bicchiere si spaccò, Cicciabomba se la mangiò” e di nuovo a cantarla ma la cosa sembrava aver perso parte del suo effetto.

“A me non serve saper far la capriola. Io da grande farò la cantante”

I bambini mi guardarono senza capire bene cosa intendessi, come spesso capitava.

“Cicciabomba cannoniere fa la cacca nel bicchiere il bicchiere si spaccò, Cicciabomba se la mangiò” ci riprovarono con più enfasi e nessun risultato. Dentro di me canticchiavo le poche note dello spettacolo che riuscivo a ricordare. Come un mantra le facevo rotolare dentro la mia testa facendole diventare sempre più alte quando, all’improvviso, senza pensarci e soprattutto a gran voce imitai un gorgheggio che uscii limpido, chiaro, preciso e pulsante. Non sapevo assolutamente da dove arrivasse.

La maestra, distratta a seguire una bambina arrampicata su una spalliera, si girò di colpo sgomenta senza capire bene da dove provenisse il suono.

Io arrossii tirando la lingua ai due bambini che mi guardavano sempre più perplessi.

“Mettete via i palloni e tutti in fila, è ora di andare in classe”.

Ci mettemmo tutti uno dietro l’altro, io fiera di quella cosa che mi era uscita dalla gola. Liberatorio e spaventoso.

Da quello stesso pomeriggio iniziai a prendere con passione lezioni di canto e nessuno più mi prese in giro. Non credo centrasse il gorgheggio, la lirica, credo centrasse la fiducia. Credo centrasse molto di più l’idea che finalmente avevo cominciato ad avere di me stessa. La mia funzione nel mondo. Essere una cantante lirica era qualcosa di nobile ed essere cicciotti non era più così un problema.

Ogni tanto sento ancora quella cantilena rimbombare piano, nel punto più buio di me stessa ma canto e tutto sparisce. Certo, farlo sopra un palco, applaudita da centinaia di persone, oggi zittisce completamente ogni mio dubbio.


Tags:  il raccontino del venerdì Irene Pollini Giolai




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Irene
Cercare una frase che mi renda interessante mi annoia. Spero di non annoiarvi leggendomi.




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