FEATURED / Le parole giuste / 14 ottobre 2016

Il raccontino del Venerdì #3

MARCELLO

MArco MAzzoni

Marco Mazzoni – “Concubina” 2016

Ieri mia madre non mi ha risposto al telefono.

L’ho chiamata 3 volte. Non ho tentato la quarta per non sentirmi psicopatica se l’avesse fatto lei mi sarei sicuramente incazzata “Se non ti rispondo significa che non posso” molto facile dirlo finché non sono loro a non rispondere. Non capita quasi mai. Per forza doveva essere successo qualcosa di grave. Qualcosa che però non implica direttamente noi, famiglia. Fosse stato così, beh, sarebbe stata costretta a richiamarmi. Ho il diritto di sapere. Non ho più 12 anni. Sono madre anch’io, dovrebbe smettere di trattarmi come una bambina.

A casa nostra funziona così e sempre funzionerà così. Il dolore va lasciato decantare. Non si passa mai il bicchiere pieno.

Oggi finalmente mi ha richiamata. Nemmeno un ciao. Secca come un colpo di mannaia, senza salutarmi mi ha dato la notizia.

“E’ morto Marcello, ieri ci sono stati i funerali.”

A casa nostra non è apprezzato il fronzolo. In nessun caso. Se si parla di morte poi proprio non è ammesso. Al funerale non ci sarei comunque andata. Nella mia vita sono andata una sola volta ad un funerale. La nonna di un’amica, lei c’era molto legata, ho dovuto fare lo sforzo.

Io nemmeno la conoscevo, la nonna, per questo alla fine ho accettato di andarci. Ma Poi, mai più. Il luoghi affollati di dolore mi si appiccicano addosso e le chiese mi piacciono solo vuote. In molti pensano che io sia una maleducata. Ma io non ce la faccio.

“E’ morto Marcello.”

Se dovessi disegnarlo, lo farei con la testa grande,  sproporzionata, il sorriso largo, contagioso, enorme anche quello. Da piccola quando lo guardavo pensavo sempre che se solo avesse voluto avrebbe potuto mangiarmi la testa. Marcello l’ho osservato attentamente solo quand’ero piccola. Dal basso. Da adulta e grande, solo incontri fugaci, qualche brindisi insieme. Con gli anni era cresciuto in me un imbarazzo a cui non sapevo bene dare un nome, mi piaceva molto Marcello. Casa sua sapeva spesso di pipa, aveva un odore acre ma romantico, un profumo preciso che si mischiava al mordente delle travi che ovunque in casa sua tagliavano il soffitto. Le fotografie e i quadri piccoli, appesi alle pareti coperte di carta da parati. Lo andavamo a trovare spesso con la mia famiglia e ogni volta lo stesso teatrino: Marcello offriva del vino, regolarmente mio padre rifiutava e lui lo offriva a me. “Un veneto astemio non s’è mai visto” diceva sempre.

Alto e brillante. Nei modi, nelle parole, nel modo in cui teneva la sigaretta. Sempre conscio d’essere affascinante. Le donne, banalmente, la sua malattia. Tutte. O almeno così sentivo raccontare in paese. Ma a lui, senza alcuna motivazione apparente, era tutto concesso. Anche tradire ripetutamente la moglie. Cambiare amante ogni settimana. Bere, fumare. Godersela insomma.

La voce di mia madre rimbalza in testa. Sono anni che non lo vedo ma a lui ho pensato spesso. Aspetto il tram. Ne ho appena mancato uno, distratta da quelle tre parole.

“E’ morto Marcello.”

Come proiettili nelle tempie.

Ho accumulato un disastroso ritardo dopo quella telefonata: perdendomi sotto la doccia, fissando la tazzina di caffè al bar e poi, quest’ultimo tram che mi è sfilato di fronte mentre cercavo di fare pace con questo fatto, con questa morte così inattesa. C’e’ il sole. Maggio ormai è finito. Fa caldo. Nessuno dovrebbe morire prima dell’estate.

Si affianca a me il muso di una macchina nera, lucida, elegante. Non mi accorgo subito nemmeno di quella, osservo meglio: tra me e l’altro lato della strada, nella corsia per i taxi, è fermo un carro funebre. Dietro il finestrino, aperto appena, c’è un viso sconsolato. Una bocca protesa verso la fessura del vetro abbassato, in cerca d’aria. Gli occhi pieni, bordati dal rosso lucido delle lacrime trattenute. Non piange più ora ma mentre la fisso, alza lo sguardo. Giusto appena i gradi necessari per arrivare a me e riempire i miei occhi. Chirurgica.

Mi guarda e ora è lei a fissare me. Arrabbiata, in cerca di un colpevole, qualcosa o qualcuno in cui riversare il suo dolore. Incastrata tra l’autista e la bara. Sola.

Penso al funerale di Marcello. Penso a chi ieri, riempiva quello stesso posto.

Lei con gli occhi gonfi di lacrime, il vestito nero, accollato, le perle bianche. Un cliché. A lui sarebbe sicuramente piaciuta. Così algida e perfetta, surreale in quel contenere il dolore in modo così dignitoso. Nessuno ad accompagnarla.

Chissà come l’avevano vestito, Marcello. Chissà se anche Susanna, sua moglie, aveva le perle al funerale. Lei almeno quel giorno non era sola, sorretta nella sua disperazione dalla figlia e il nipote. Le tenevano le mani. Dietro al carro, il dolore si diluiva in una lunga fila di macchine. Passo lento, quasi cadenzato dallo stesso organo suonato in chiesa. Dentro alcune di queste auto, le altre, tutte le altre, piangevano in coda dietro a Susanna.

Ancora una volta, l’anonimato, l’incognito, il segreto.

Dietro quel feretro che sembrava non voler arrivare mai al cimitero, si erano accodate silenziose per salutarlo, senza disturbare. Per la prima volta felici di nascondersi, di mischiarsi con gli altri. Le loro lacrime, per una volta giustificate e perse in quelle di tutti.

Libere da sguardi tipo il mio, quando mi accorgo che sto ancora fissando la signora con le perle. Tira su il finestrino veloce. Si ricompone senza nascondersi, aggiusta le perle al collo.

E’ arrivato un altro tram finalmente.

Scatta il verde e il carro funebre parte e dietro, a seguire, una lunga fila di macchine tristi.


Tags:  il raccontino del venerdì Irene Pollini Giolai




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Irene
Cercare una frase che mi renda interessante mi annoia. Spero di non annoiarvi leggendomi.




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