FEATURED / Le parole giuste / 21 aprile 2017

Il raccontino del venerdì #10

schermata-2017-04-21-alle-00-21-10

art: Maria Ines Gul

Cadere è volare finché non ti fai male

Si gettò dalla rupe sapendo benissimo di non poter volare ma con un atroce dubbio che potesse succedere. Si lanciò prendendo la rincorsa e aspettando di sentire il cuore riempirsi di una paura gigante, così grande da squarciarglielo ancor prima di arrivare dove voleva arrivare.

Non poteva volare, ma volò. Senza muovere le braccia, tenendole solo aperte, gli occhi chiusi e i sensi concentrati sul pompare sempre più veloce del suo sangue. Nelle orecchie, sulla punta delle dita tese, dietro le palpebre, dentro gli occhi, nella testa. Il vento sulla faccia, i denti scoperti in un alienato sorriso. Tutto sarebbe finito, lei disintegrata tra le onde, una foschia rossa e densa intorno al suo cadavere che galleggia sereno sull’acqua, ora d’improvviso divenuta cheta. I pesci, staccandoli partendo dalle ferite, l’avrebbero mangiata poco a poco, a piccoli brandelli. Il suo corpo si sarebbe riempito d’acqua, gonfiato poi fino ad esplodere. Ma tanto lei non ci sarebbe stata. Lei non è quel corpo che cade e pulsa, è già lontana, non è quella disperazione che le ha mangiucchiato le interiora come faranno i pesci, non è quei pensieri disordinati che l’hanno fatta saltare. Lei è l’aria che ora le riempie i polmoni, il sole caldo che la consola. È le foglie, i rami al vento, il rumore lontano degli uccellini appesi ai fili dell’elettricità. Lei è le onde sotto di lei.

È diventata Tutto per non rannicchiarsi nel suo Niente. E l’unico modo per tornare ad essere qualcosa, ora, è dissolversi, confondersi, ritornare a quel tutto. Penetrare quello che sta fuori da lei e che invece vorrebbe sentire dentro. Quel Tutto a cui sente di appartenere.

Un ragazzino la vede da lontano osservare il baratro, una figura sottile e nera che si avvicina al bordo della rupe controllando l’altezza o forse il punto preciso in cui tuffarsi. I piccoli seni a punta, le gambe dritte e lunghe, i capelli cortissimi e la testa tonda come la punta di un fiammifero. Pensa ad una ragazza coraggiosa, una di quelle che non hanno paura di niente, amiche dei maschi, una di quelle che “non c’è niente io che non possa fare”. La osserva dal lato opposto della scogliera, il rumore del mare riempie lo spazio che li divide. Lei non si accorge di lui, prende la rincorsa e poi si ferma, tentenna, torna indietro. Il ragazzino non capisce, non coglie, tifa per lei e quel suo tuffo folle, coraggioso, che lui mai avrebbe il coraggio di fare. Poi all’improvviso si getta, apre le braccia, dio sembra che voli pensa il ragazzino “Grande!” urla in preda all’eccitazione. La ragazza sembra planare come un gabbiano, poi con la testa sfonda l’acqua increspata, i pensieri si fermano, i suoni si ovattano, il mare l’accoglie in un abbraccio spinoso e freddo. Il suo corpo scende verso il fondo, le correnti le carezzano la faccia, le massaggiano i muscoli divenuti rigidi e immobili per la paura. Il cuore non è esploso e i polmoni ora chiedono aria, ma lei ostinata non si muove e scende, scende, verso quel blu che pensa di avere anche dentro. Ma poi d’improvviso una mano, i capelli che si tendono e tirano sulla pelle della testa, qualcuno l’afferra.

E la luce ritorna, il blu sparisce quando i polmoni si riempiono, la testa si riaccende insieme al fiato esploso in un colpo di tosse farcito di acqua salata. Lei sulla spiaggia con gli occhi grandi e spalancati di un ragazzino, sopra di lei, che la fissano pieni di domande.

“Ho volato vero?” chiede lei come riesce a parlare.


Tags:  il raccontino del venerdì Irene Pollini Giolai




Previous Post
Joanne Leah
Next Post
La poesia del Lunedì: Dante Maffia



Irene
Cercare una frase che mi renda interessante mi annoia. Spero di non annoiarvi leggendomi.




You might also like






More Story
Joanne Leah
Violenta, questo l'aggettivo per descrivere in maniera precisa la poetica di Joanne Leah. Nei colori, nelle, pose, nelle...